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Dove sta andando la Psicologia? Quale futuro per i giovani psicologi?
SE VUOI SOTTOSCRIVERE ANCHE TU QUESTA PETIZIONE SCRIVI A LORIANGELA SENA, REFERENTE SIPAP LOMBARDIA PER L'AREA GIOVANI: loriangela.sena@gmail.com
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Al Presidente del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi
Dr. Giuseppe Luigi Palma
Gli Psicologi in ambito clinico, appartenenti ai diversi Ordini regionali, ritengono opportuno esprimere, attraverso la presente lettera aperta sottoscritta, alcune considerazioni relative alla attuale situazione lavorativa in Italia ed avanzare alcune richieste.
La prima considerazione riguarda la situazione del mercato occupazionale.
La maggior parte degli Psicologi, che ad oggi si laureano in Psicologia Clinica (dell’adulto o dello sviluppo) e si abilitano, non trova sbocchi professionali adeguati, sia rispetto alle competenze acquisite sia per quanto riguarda un reddito dignitoso.
Dai dati che vengono diffusi dalle Agenzie preposte risulta che i laureati in Psicologia trovano occupazione in massima parte entro i tre anni dalla laurea, ma tali dati non riportano mai il tipo di occupazione in cui queste persone vengono impiegate.
Il motivo di ciò è che molto spesso tale impiegazione risulta essere non attinente con il percorso di studi effettuato o in alternativa diviene un surrogato di altre professioni (es. il ruolo di Educatore professionale) decisamente sottopagate.
Questa situazione si trova in forte contrasto con l’incremento degli Psicologi in Italia, che dal 1994 al 2008 sono aumentati del 198%, tanto che in Europa, attualmente, uno Psicologo su tre è italiano.
Che lavoro svolgono però tutti questi Psicologi, in gran parte clinici?
Continuano a barcamenarsi tra corsi, seminari, convegni, master, scuole, terapie personali e quant’altro la formazione consenta loro di crescere, nei casi più fortunati sostenuti non sulle proprie forze ma su quelle familiari oppure su altri tipi di lavoro che ben poco hanno a che fare con ciò che si è studiato e approfondito per anni.
Viste queste premesse, noi vorremmo chiedere:
- che venga reso obbligatorio e ristretto il numero chiuso di OGNI Facoltà di Psicologia in Italia, almeno fino a che il mercato del lavoro non giunga a produrre un’offerta il più possibile paragonabile alla domanda;
- che venga negata la possibilità alle scuole telematiche di consentire l’accesso indiscriminato ed in qualsiasi momento dell’anno alla Facoltà di Psicologia (si veda, ad esempio, l’Università on line di E-Campus);
- che la situazione occupazionale sia resa chiara fin dall’inizio del percorso universitario, attraverso seminari o approfondimenti appositi che delineino il quadro del mercato lavorativo che attende gli studenti, per tutti gli indirizzi di studio, così da rendere più sicura la scelta del percorso.
Una seconda riflessione attiene alle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia pubbliche e private, a cui molti Psicologi puntano per aggiungere quel tassello in più alla loro formazione e per poter partecipare a concorsi, visto che per quasi tutti i Concorsi in ambito ospedaliero è richiesta la Specializzazione.
Gli Psicologi che si iscrivono a queste scuole hanno un monte ore formativo di tirocinio all’anno costituito da circa 100-200 ore per le private e circa 400 ore per le pubbliche.
Nulla ha questo tirocinio a che vedere con quello post-lauream, naturale proseguimento del percorso universitario, propedeutico allo svolgimento dell’Esame di Stato. Qui si sta parlando di tirocinio svolto da Psicologi già PROFESSIONISTI, che, in quanto specializzandi, gestiscono i propri pazienti e sono liberi di svolgere le comuni attività riconosciute alla figura professionale, semplicemente con la supervisione di un Tutor.
Tutto questo, però, in Italia avviene GRATUITAMENTE e perdipiù alcune scuole non riconoscono neppure la copertura assicurativa e gli Psicologi sono costretti a pagare una polizza assicurativa privata per poter svolgere il loro tirocinio.
Non è inoltre previsto nessun rimborso spese per trasferimenti o quant’altro.
Il motivo di ciò è che nessuna borsa di studio è garantita dal MIUR e dal Ministro della Salute, contrariamente a quanto invece accade per le scuole di Specializzazione per Medici, che possono usufruire di cospicue borse (veri e propri stipendi considerando che attualmente ammontano a 2.500 euro lorde mensili!!) per il lavoro svolto.
Viste queste premesse, noi vorremmo chiedere:
dignità e diritti pari tra psicologi e medici, a cominciare dall'introduzione di borse di studio per le scuole di Specializzazione ed incremento delle ore di tirocinio regolarmente pagate tramite l’ammontare delle borse;
Una terza considerazione riguarda il riconoscimento e la reputazione della figura dello Psicologo in Ospedale e nei vari reparti sanitari.
In molte strutture ospedaliere, la presenza dello Psicologo, nonostante i diversi servizi di Psicologia Clinica interni, è considerata superflua, secondaria, facilmente sostituibile, non richiesta dal personale sanitario stesso nonostante situazioni critiche di alcuni pazienti ricoverati. Eppure tutti noi sappiamo (ma a quanto pare lo sa anche buona parte dell’Europa, si vedano anche i Paesi meno all’avanguardia, come l’Albania, dove uno Psicologo è assegnato ad ogni reparto!!!) quanto il nostro ruolo nei vari reparti ospedalieri è fondamentale per riconoscere al malato che soffre o ai familiari il diritto di ricevere il sostegno adeguato per affrontare una malattia. La nostra figura è spesso evocata dai pazienti stessi che però non possono usufruire del nostro sostegno in quanto non previsto nel reparto in cui sono ricoverati. I pazienti spesso non sanno neanche della presenza di un servizio di Psicologia Clinica in ospedale e quindi non richiedono agli assistenti sanitari la nostra figura.
Il nostro intervento dovrebbe, infatti, essere stabilito da un protocollo medico-psicologico che garantisca non solo il benessere e il sostegno del paziente, ma anche una sana collaborazione interdisciplinare. Collaborazione a volte difficoltosa proprio perché permane nei nostri confronti, da parte di alcuni medici e dirigenti, una forma pregiudiziale di reputazione che non ci permette di svolgere il nostro lavoro come dovremmo, riconoscendo ad ognuno le proprie competenze e rispettando gli specifici confini professionali.
Eppure in alcune (poche) grandi strutture ospedaliere che ben accettano la nostra figura professionale si è riusciti a instaurare un rapporto collaborativo di alto livello (ad esempio il San Paolo o il San Carlo di Milano che ha istituito una sezione specifica all’interno del Dipartimento di Salute Mentale, l’Unità Operativa di Psicologia, che si impegna in un lavoro di rete medico-psichiatrica-psicologica diffondendo la Psicologia Clinica in ogni singolo reparto, oltre che a livello ambulatoriale e residenziale), anche grazie all’istituzione di alcune associazioni, a grande vantaggio degli utenti malati, che usufruiscono di un serio supporto psicologico (si veda, tra gli altri, il Centro Nemo all’interno dell’Ospedale Niguarda di Milano, che consente addirittura l’accesso dello Psicologo in sala operatoria, per garantire un adeguato sostegno anche prima di un intervento chirurgico).
Inoltre, è noto che le ASL tendono a promuovere una politica di tagli al personale che si reputa non necessario. Gli Psicologi rientrano in gran parte in questa categoria, col risultato che, oltre al Dirigente Psicologo a capo di un servizio, difficilmente si trovano altri collaboratori Psicologi regolarmente assunti (si veda, ad esempio, la situazione del Servizio di Psicologia Clinica delle Molinette di Torino dove su 90 Psicologi che vi svolgono la loro professione, solo 2 sono strutturati e quindi stipendiati!!!) Le altre figure solitamente sono beneficiarie di qualche borsa per un progetto o assegno di ricerca, con conseguente grande impegno lavorativo (anche perché si ritrovano a svolgere l’attività di “tappabuchi” non portando quindi solo a termine il progetto o la ricerca) ma compenso decisamente basso oppure sono consulenti esterni. Ma la stragrande maggioranza delle ulteriori risorse continua ad essere costituita da tirocinanti, specializzandi e volontari, che prestano quindi il loro lavoro a titolo completamente gratuito ed illusorio che un giorno le loro fatiche saranno ricompensate da un’assunzione!!!
Viste queste premesse, noi vorremmo chiedere di:
- incentivare il ruolo dello Psicologo in Ospedale, attraverso la stesura di protocolli che garantiscano una collaborazione tra le diverse figure professionali sanitarie all’interno dei vari reparti ospedalieri, promuovendo, dove possibile, la presenza fissa dello Psicologo nei reparti che maggiormente presentano pazienti a rischio da un punto di vista psicologico (ad esempio: Oncologia, Cardiologia, Traumatologia, Nefrologia, Ostetricia e Ginecologia, ecc.);
- regolare a livello nazionale l’assunzione di personale costituito da Psicologi, non necessariamente Psicoterapeuti, ma anche Psicodiagnosti, Clinici, Consulenti specializzati, garantendo un numero minimo di professionisti per ogni struttura ospedaliera, destinati ad affiancare il Dirigente Psicologo nelle attività previste dai vari Servizi;
- incrementare l'accettazione della figura dello Psicologo agendo sull'opinione pubblica, sulle ASL, sulle RSA, sulle strutture sanitarie, con l'obiettivo di superare la concezione dello psicologo come figura secondaria e controllare l'accesso a tali strutture di personale qualificato. A tal fine potrebbero essere idonee adeguate campagne promozionali promosse dal Ministero della Salute.
Una quarta ed ultima riflessione concerne la figura dello Psicologo di base, più volte invocata dal Presidente dell’Ordine e da anni attesa dalle migliaia di Psicologi italiani. Potrebbe rappresentare una svolta nel mercato occupazionale, potrebbe essere la vera occasione per far conoscere la nostra figura al cittadino (che tra Psicologo, Psichiatra, Psicoterapeuta e pure Counselor non riesce ad avere la minima chiarezza) sminuendo la paura e la vergogna che ancora, in tanti Paesi, si associano alla nostra professione. Potrebbe diventare il metodo giusto per garantire la collaborazione con il medico di base e rappresentare una crescita in termine di benessere socio-individuale e, nel lungo termine, una riduzione di spesa per il sistema sanitario.
Tutto questo però rimane nel regno del “potrebbe”…
Perché non si sta ottenendo nulla in questa direzione? Che cosa impedisce che la figura dello Psicologo di base diventi realtà?
Con dispiacere, riteniamo che la risposta sia da ricercare in quanto già detto. Finché non riusciremo a fare qualcosa per difendere la nostra categoria professionale, per far riconoscere il nostro ruolo, per urlare i nostri diritti, rischiamo di restare in questo limbo popolato da figure egregiamente preparate e specializzate che si adattano a qualsiasi tipo di lavoro non potendo spendere sul campo quanto appreso.
Per tutto questo, confidiamo in questa lettera, auspicando che tutte le nostre richieste e osservazioni non restino nel magico mondo dell’utopia ma che diventino, finalmente, un’occasione per essere riconosciuti per quello che siamo e che amiamo essere. Psicologi.
Psicologi Italiani iscritti ai vari Ordini Regionali
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