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Gli antidepressivi sono inefficaci per l'80-90% dei pazienti?
Secondo le informazioni che il prof. Irving Kirsch ha ottenuto dalla FDA (l'ente statunitense che approva la commercializzazione dei farmaci) pare che l'approvazione alla vendita di 6 fra gli antidepressivi più diffusi (citalopram, fluoxetina, nefazodone, paroxetina, sertralina e venlafaxina) sia stata supportata dai dati di 47 studi clinici che non dimostravano l'efficacia di queste molecole, bensì la netta superiorità dei placebo in quanto ad effetti positivi sulla depressione dei pazienti esaminati.
Nel suo articolo 'I farmaci nuovi dell'imperatore: la disintegrazione del mito degli antidepressivi' il prof. Kirsch afferma infatti che solo in una minima parte dei casi (10-20%) gli effetti antidepressivi derivano dalla reale efficacia farmacologica della molecola somministrata, e che i medici ne sarebbero al corrente - continuando tuttavia a somministrare quegli antidepressivi che, secondo il JAMA, sono inutili se la depressione non è particolarmente grave e che, anzi, aumentano il rischio di ictus e morte nelle donne in menopausa, come affermato negli 'Archives of Internal Medicine', oltre al più volte segnalato aumento di suicidi fra soggetti già a rischio.
Il Professore afferma inoltre che la psicoterapia non solo è efficace, ma nel lungo periodo dimezza il rischio di ricadute ed è sempre più considerata come la migliore alternativa ai farmaci. Kirsch dice inoltre che "negli ultimi vent'anni ci hanno raccontato che tutto era dovuto alla serotonina. Ma i dati genetici e di laboratorio dimostrano che non è così. Così come lo dimostra il fatto che esistono antidepressivi che aumentano la serotonina (come la fluoxetina), altri che la diminuiscono (come la tianepina) e altri che non hanno alcun influenza su di essa, e il loro effetto è identico. Perché la serotonina non c'entra: ciò che funziona è l'effetto placebo".
Fonte: L'Espresso del 12 febbraio 2010Bluff Depressione, di Agnese Codignola
L'APA ha pubblicato le proposte di modifica per la redazione del DSM-V e chiede a tutti gli interessati di inviare entro il 20 aprile 2010 i propri commenti a disturbi e criteri che potranno entrare a far parte del nuovo DSM (che sarà pubblicato nel 2013).
E' di un anno fa la sentenza con la quale la Cassazione ha condannato per abuso di mezzi di correzione un padre che schiaffeggiava occasionalmente (ma violentemente) il figlio, e pare che il ricorso a punizioni fisiche sia piuttosto diffuso nelle famiglie italiane: solo il 19% dei genitori si dichiara in ogni caso contrario a schiaffi e sculacciate, e il 2% dei bambini sarebbe schiaffeggiato tutti i giorni dai genitori (il 23% sarebbe picchiato più volte al mese).
Al crescere dell’età dei figli diminuisce il ricorso a punizioni fisiche: paura della ritorsione, o convinzione che certi mezzi servano di meno quando i figli sono più grandi? Certo è che, di conseguenza, i più colpiti dalle punizioni fisiche sono proprio i bambini più piccoli: la percentuale dei genitori che schiaffeggia occasionalmente i figli è del 43% se i bambini hanno 3-5 anni, e scende al 30% nel caso di figli di 11-16 anni.
Sono questi i risultati di un sondaggio che Save the Children ha compiuto su un campione di 600 genitori e 500 ragazzi: nel 59% dei casi i genitori si ritengono meno severi dei propri genitori, e una parte consistente del campione assegna (fortunatamente) più valore a punizioni restrittive (71%), sgridate (32%) e punizioni “sgradevoli” per il figlio (21%) rispetto al ricorso alle punizioni corporali. Tuttavia quando il figlio si comporta particolarmente male pare che solo il 47% dei genitori del campione riesca a trattenersi dallo schiaffeggiarlo o sculacciarlo.